Italia in anestesia emotiva sul lavoro
Nasce il BEF Index, il primo indice italiano di Benessere e Felicità sul lavoro promosso dall’Associazione Ricerca Felicità, realizzato con il supporto metodologico di Ipsos Doxa e con la partnership tecnica di Day: 50,6 su 100. Il dato più rilevante non è l’infelicità, ma la sospensione emotiva: il 43% dei lavoratori non si sente né felice né infelice.
In un tempo segnato da incertezza e crisi globali, l’Osservatorio #BEF fotografa il clima emotivo del lavoro in Italia in una sorta di sospensione che offre diversi spunti di riflessione.
Tra i fattori che rendono soddisfacente un lavoro al primo posto compare il work-life balance, indicato dal 30% degli intervistati, che passa così dalla quinta posizione dello scorso anno alla prima.
Milano, 16 marzo 2026 | Non è un Paese felice, ma non è nemmeno un Paese infelice. L’Italia che lavora sembra attraversare una sorta di anestesia emotiva. Il segnale più forte arriva da un dato che sorprende per dimensioni: il 43% dei lavoratori e delle lavoratrici italiani dichiara di non sentirsi né felice né infelice. Non è polarizzazione, non è protesta. È una sospensione, una zona grigia in cui si continua a lavorare, produrre, andare avanti, ma senza una percezione nitida del proprio benessere.
È questa la fotografia che emerge dalla sesta edizione dell’Osservatorio BenEssere Felicità, promosso dall’Associazione Ricerca Felicità e realizzato con il supporto metodologico dell’istituto di ricerca Ipsos Doxa, che quest’anno presenta anche il BEF Index, il primo indice italiano che misura il benessere e la felicità nel lavoro su una scala da 0 a 100. Il risultato complessivo è 50,6, un valore che racconta un Paese sospeso, esattamente a metà.
In un tempo segnato da incertezza e crisi globali, l’Osservatorio BenEssere Felicità fotografa così il clima emotivo del lavoro in Italia: non una polarizzazione tra soddisfazione e disagio, ma una sorta di sospensione emotiva, una zona grigia che apre diversi spunti di riflessione sul rapporto tra lavoro, benessere e partecipazione alla vita collettiva.
Questa zona grigia non riguarda solo il lavoro. Quando l’energia emotiva si abbassa troppo, non si spegne solo il disagio, può affievolirsi anche il senso di partecipazione alle grandi questioni che attraversano il mondo.
«Il dato che colpisce di più non è tanto il livello della felicità, quanto la grande area intermedia in cui le persone si collocano», osserva Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità, che da sei anni analizza il rapporto tra lavoro e benessere nel nostro Paese. «Quando quasi una persona su due non riesce a dire se è felice o infelice significa che siamo davanti a qualcosa di diverso dal disagio.»
Quest’anno in grado di leggere questa zona grigia c’è uno strumento nuovo che l’Osservatorio introduce, per la prima volta insieme a Ipsos Doxa, il #BEF Index, il primo indice italiano che misura benessere e felicità nel lavoro.
Per Sandro Formica, Direttore scientifico dell’Osservatorio, il fenomeno racconta una trasformazione più profonda: «È una forma di stanchezza emotiva diffusa. Le persone reggono, fanno il loro lavoro, ma senza un senso stabile di serenità e pienezza. Viviamo un tempo in cui è facile sentirsi travolti. Tra guerre, instabilità geopolitica, trasformazioni tecnologiche e incertezza economica, la tentazione più diffusa è quella di proteggersi, abbassando l’intensità emotiva. È quello che vediamo nei dati: non una protesta, ma una sorta di anestesia emotiva. Il presente regge, ma la fiducia nel futuro è fragile. Questo non significa che le persone siano deboli. Al contrario, il capitale psicologico è alto, ma se continuiamo a usare la resilienza individuale come ammortizzatore di un sistema che consuma energia, prima o poi quella resilienza si trasforma in stanchezza. Per questo oggi parlare di felicità non è evasione dalla realtà. È una competenza concreta che ci permette di allenare il modo in cui stiamo al mondo e affrontiamo tempi difficili.»
Il #BEF Index nasce proprio con l’obiettivo di leggere queste dinamiche con uno strumento stabile nel tempo. Costruito insieme all’istituto di ricerca Ipsos Doxa, l’indice sintetizza sei dimensioni che compongono il rapporto tra persone e lavoro: dalla felicità personale (con un valore di 54 punti) alla “fioritura” professionale (58.9), dalla capacità di affrontare ostacoli e fallimenti (64.7) alla percezione dell’impatto sociale dell’azienda (59.4), fino al rapporto con la tecnologia (52.5) e alla qualità delle condizioni lavorative.
Ed è proprio quest’ultimo indicatore, il benessere psico-fisico legato alle condizioni di lavoro, a risultare il più critico: 41.7, l’unico valore sotto la media dell’indice generale. Un dato che rivela una tensione interessante: le persone dichiarano un buon livello di resilienza personale, ma faticano a sostenere nel lungo periodo l’impatto concreto dell’organizzazione del lavoro.
«Le persone si sentono abbastanza capaci di reggere (PsyCap alto), discretamente in crescita (Flourishing) e con una certa fiducia nel “senso” sociale dell’organizzazione (Sustainability) ma pagano un conto fisico/psicologico sulle condizioni di lavoro (Wellbeing ultimo a 41,7). Questa asimmetria è un segnale forte: stiamo usando “capitale psicologico” come ammortizzatore di un sistema che consuma energia» afferma Sandro Formica, Direttore scientifico dell’Osservatorio.
Il BEF Index sintetizza infatti sei dimensioni che descrivono il rapporto tra persone e lavoro. Accanto al livello di felicità generale (Happiness), l’indice misura il Flourishing, cioè il grado in cui il lavoro contribuisce alla crescita personale e al senso di realizzazione professionale; il PsyCap, capitale psicologico, l’insieme delle risorse mentali positive che aiutano una persona a performare bene anche sotto pressione: autoefficacia, speranza, resilienza e ottimismo; la Sustainability, ovvero la percezione che l’azienda abbia un impatto positivo sulla società e sul futuro del lavoro; la Tech Attitude, che valuta il rapporto con le tecnologie e con l’intelligenza artificiale; e infine il Wellbeing, che riguarda la qualità concreta delle condizioni di lavoro e il loro impatto sul benessere psicofisico delle persone.
Le ragioni di questa fatica emergono con chiarezza dalle risposte degli intervistati. Il 43% ritiene che il proprio stipendio sia sottodimensionato rispetto alle prestazioni richieste, mentre circa una persona su quattro sente che le pressioni lavorative interferiscono con la vita privata e incidono sul proprio equilibrio fisico ed emotivo. Nonostante ciò, il lavoro continua a essere una leva fondamentale nella vita delle persone: il 43% riconosce che incide in modo significativo sulla propria felicità complessiva.
«Avere un indice significa poter osservare il fenomeno nel tempo e capire dove intervenire, dimensione dopo dimensione», spiega Elga Corricelli, Cofondatrice dell’Associazione Ricerca Felicità. «Quando il colore dominante è il grigio, significa che bisogna ricominciare a lavorare sulle condizioni concrete che rendono il lavoro sostenibile e significativo. Riuscire a creare organizzazioni aperte, in ascolto e accoglienti significa incrementare la produttività, l’innovazione, la crescita mentre si migliora la salute delle persone e l’energia di tutto l’ecosistema. Ogni attore coinvolto ha una responsabilità e un potere, siano collaboratori o leader. Insieme è possibile co-costruire un nuovo paradigma capace di far evolvere le condizioni faticose che emergono dall’indagine di quest’anno. Comprendere che l’intelligenza collettiva e la collaborazione intergenerazionale può farci evolvere e scrivere pagine di futuro generative.»
Anche i fattori che rendono soddisfacente un lavoro raccontano un cambiamento culturale. Al primo posto compare il work-life balance, indicato dal 30% degli intervistati, che passa così dalla quinta posizione dello scorso anno alla prima. Subito dopo arrivano il livello di reddito e l’autonomia nel proprio lavoro. Segnali di una trasformazione che riguarda il modo stesso di interpretare la carriera: meno centralità dell’identità professionale, più attenzione alla qualità della vita.
Dentro questa trasformazione entra sempre di più anche il tema del welfare aziendale. Il 59% degli intervistati considera il welfare un elemento importante nella scelta di un’azienda, mentre il 57% ritiene che rappresenti un aiuto concreto per le famiglie e per arrivare a fine mese. Tuttavia, emerge anche un paradosso: oltre un terzo dei lavoratori dichiara di non vedere alcuna promozione dei servizi di welfare nella propria azienda.
«Questa zona grigia può essere letta anche come la calma prima della tempesta, commenta Mariacristina Bertolini, Vicepresidente e Direttrice Generale di Day – Quando le persone smettono di reagire o di prendere posizione significa spesso che stanno entrando in una modalità di sopravvivenza. In momenti come questo le aziende hanno una grande responsabilità, quella di non limitarsi a chiedere performance, ma creare contesti dove le persone possano sentirsi sostenute. Il welfare aziendale può diventare una leva concreta proprio per questo. Non solo un insieme di servizi, ma uno strumento per costruire comunità dentro e intorno alle organizzazioni. Se il lavoro occupa gran parte della nostra vita, allora deve anche essere uno spazio dove le persone possano ritrovare equilibrio, relazioni e senso di appartenenza. Forse è arrivato il momento di aprire una riflessione più ampia anche sui modelli di lavoro, su come renderli più sostenibili, più partecipativi e più coerenti con la vita reale delle persone. Come Day siamo pronti a contribuire a questo percorso, perché il benessere delle persone è da sempre al centro della nostra missione.»
L’indagine affronta anche il rapporto con le tecnologie. Se da un lato più della metà degli intervistati riconosce la necessità di migliorare le proprie competenze digitali, dall’altro la fiducia verso il modo in cui le aziende gestiranno l’intelligenza artificiale rimane limitata: poco più di un terzo dichiara piena fiducia nell’utilizzo responsabile di queste tecnologie.
In questo scenario, il BEF Index prova a offrire uno strumento di lettura che vada oltre l’istantanea del momento.
«Uno degli aspetti più interessanti che emerge dall’indagine è proprio la dimensione della zona intermedia», osserva Eva Sacchi, Research Director di Ipsos Doxa Public Affairs. «Quando una quota così ampia di lavoratori – il 43% – non si colloca né tra i soddisfatti né tra gli insoddisfatti significa che il fenomeno non è di polarizzazione, ma di equilibrio instabile. Il BEF Index nasce proprio per questo: trasformare una grande quantità di informazioni sul lavoro e sul benessere in un indicatore comparabile nel tempo, capace di aiutare aziende e istituzioni a capire dove intervenire.»
«Un indice serve proprio a questo», conclude Elisabetta Dallavalle. «Non solo a fotografare la realtà, ma a capire dove intervenire. Se oggi il colore dominante del lavoro è il grigio, significa che dobbiamo ricominciare a portare dentro il lavoro più armonizzazione, più riconoscimento e più senso. Sono questi i colori che possono risvegliare le coscienze e riportare energia nella vita professionale delle persone. Solo così possiamo risvegliare anche la loro partecipazione collettiva.»
L’indagine è stata realizzata da Ipsos Doxa su un campione rappresentativo di 1000 lavoratori e lavoratrici residenti in Italia tra i 18 e i 74 anni, attraverso rilevazione CAWI effettuata tra il 21 e il 22 gennaio 2026.
Day S.p.A. SB: un’azienda che opera nel mercato dei servizi alle imprese e alla persona quali buoni pasto, buoni acquisto e piani di welfare aziendale. A gennaio 2023 diventa “Società Benefit” formalizzando un percorso che di fatto la vede già tra le aziende che hanno deciso di operare in maniera responsabile e sostenibile nei confronti della comunità, persone, territorio e ambiente. A marzo 2023 si aggiunge la certificazione per la parità di genere, prima realtà del settore a ottenerla, con l’obiettivo di creare un ambiente lavorativo inclusivo e libero da qualsiasi forma di discriminazione, garantire parità di opportunità a tutti i lavoratori, a prescindere dalle circostanze personali di ciascuno. Con oltre 120 dipendenti, raggiunge in Italia ogni giorno 30.000 aziende clienti e 1.3 milione di beneficiari, collaborando quotidianamente con 150.000 partner affiliati, nel 2024 ha realizzato un 1,1 miliardi di emissione con risultati sempre in crescita. Ottobre 2025 segna una nuova fase per Up Day, che cambia nome e logo per diventare Day.