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Le tre fratture del welfare: non basta dare accesso ai servizi, serve farli usare per la felicità delle persone

Per il 59% il welfare aziendale è un aspetto importante da valutare per scegliere di andare a lavorare in un’azienda, per il 38% ciò che l’azienda in cui si lavora sta facendo per le persone, ha un impatto positivo sulla società e per il 37% l’azienda in cui si lavora sta contribuendo a migliorare il futuro del lavoro nel nostro Paese. Eppure emergono tre fratture: sociale, organizzativa e geografica. Serve passare dall’output all’outcome nel welfare aziendale

Mercoledì 25 marzo 2026, presso Smart City Lab di via Ripamonti a Milano, si è tenuto un incontro per presentare il BEF Index, il primo indice italiano di Benessere e Felicità sul lavoro promosso dall’Associazione Ricerca Felicità, realizzato con il supporto metodologico di Ipsos Doxa e con la partnership tecnica di Day.

L’evento promosso con Lifegate Way e Smart City Lab Milano ha rappresentato il primo momento pubblico di restituzione di un lavoro che dura da sei anni e che oggi trova una nuova forma: quella di un indice in grado di misurare, in modo sistematico, il rapporto tra persone e lavoro. Dati e report completo sono disponibili a questo link.

Nel dibattito volto a stimolare riflessioni sul rapporto tra lavoro, felicità e benessere organizzativo, l’intervento di Paolo Gardenghi, Responsabile Welfare di Day ha portato un cambio di prospettiva netto: non è più sufficiente misurare quanti servizi vengono offerti ai dipendenti, ma quali risultati producono nella loro vita. È il passaggio dall’output all’outcome, ovvero dal mettere a disposizione i servizi a farli usare.

Bisogna che noi tutti lavoriamo per rendere il welfare e la sostenibilità più accessibili, più fruibili. È dieci anni che c’è il welfare aziendale in Italia, abbiamo lavorato tantissimo di quantità perché le aziende quello ci chiedevano, adesso bisogna cominciare a lavorare sulla qualità, lavorare su risposte concrete che effettivamente diano dei risultati in termini di felicità delle persone” ha affermato Paolo Gardenghi, Responsabile Welfare di Day facendo presente come non serva più puntare a quante piattaforme, quanti benefit o quanti fornitori un’azienda mette a disposizione, ma se questi strumenti vengono utilizzati e se contribuiscono davvero a migliorare il benessere e la felicità delle persone.

Dentro questa lettura, emergono tre fratture profonde che attraversano il sistema del welfare aziendale.

La prima è una frattura socio-economica: i dati mostrano che il benessere cresce in modo significativo con l’aumentare del ceto sociale e del livello di istruzione. Una differenza attesa, ma molto più marcata del previsto: “Ci sta, quello che non ci sta è che la differenza è tanto, tanto alta. Molto alta” ha affermato Paolo Gardenghi.

La seconda è una frattura organizzativa: dirigenti e quadri registrano livelli di benessere significativamente più alti rispetto a impiegati e operai. Anche qui la distanza è ampia e strutturale, e solleva un tema centrale: “Qui, facendo io questo mestiere, un po’ mi preoccupo… Stai a vedere che il welfare è regressivo?” ha sottolineato.

La terza è una frattura geografica, che si ripresenta per il secondo anno e forse è la più sorprendente: il welfare aziendale risulta avere un impatto più forte nel Sud Italia rispetto al Nord. “Noi continuiamo a parlare di secondo welfare e conosciamo le critiche delle matrici sindacali e degli accademici… Però, dove il Welfare State non c’è, lì diventa davvero sostitutivo. Se il datore di lavoro ti mette a disposizione una babysitter e tu sei a Catanzaro, dai un valore diverso a questa babysitter di quanto non faresti se abitassi a Milano. Se il datore di lavoro fa un nido aziendale, gli dai un valore diverso se sei a Cosenza rispetto ad esempio a Bologna dove i nidi privati cominciano a chiudere… Questo è un elemento su cui, noi del Welfare, dobbiamo lavorare”.

Accanto a queste fratture, emerge un punto chiave che attraversa tutta la lettura dei dati: la disponibilità degli strumenti non è sufficiente. Lo dimostra, ad esempio, il caso dello smart working: chi lo utilizza registra livelli di benessere più alti, mentre chi potrebbe accedervi ma non lo fa ha risultati simili a chi non ce l’ha. Il problema non è l’offerta, ma l’utilizzo.

Ed è qui che si gioca la vera sfida del welfare contemporaneo: non basta progettare servizi, bisogna renderli accessibili, comprensibili e realmente utilizzabili, tenendo conto delle differenze tra persone, contesti e bisogni. Questo richiede non solo comunicazione, ma formazione, semplificazione e capacità di segmentare l’offerta. Dopo una fase in cui la competizione si è giocata sulla quantità si deve aprire una nuova stagione in cui la misura del valore sarà una sola: la felicità e il benessere reale delle persone.


Day S.p.A. SBè un’azienda che opera nel mercato dei servizi alle imprese e alla persona quali buoni pasto, buoni acquisto e piani di welfare aziendale. A gennaio 2023 diventa “Società Benefit” formalizzando un percorso che di fatto la vede già tra le aziende che hanno deciso di operare in maniera responsabile e sostenibile nei confronti della comunità, persone, territorio e ambiente. A marzo 2023 si aggiunge la certificazione per la parità di genere, prima realtà del settore ad ottenerla, con l’obiettivo di creare un ambiente lavorativo inclusivo e libero da qualsiasi forma di discriminazione, garantire parità di opportunità a tutti i lavoratori, a prescindere dalle circostanze personali di ciascuno. Con oltre 120 dipendenti, raggiunge in Italia ogni giorno 30.000 aziende clienti e 1.3 milione di beneficiari, collaborando quotidianamente con 150.000 partner affiliati, nel 2024 ha realizzato un 1,1 miliardi di emissione con risultati sempre in crescita. Ottobre 2025 segna una nuova fase per Up Day, che cambia nome e logo per diventare Day.

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